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Quando l’abito fa il monaco


QUANDO L’ABITO FA IL MONACO
Una seconda pelle. Un abito di scena. Un mantello per nascondere oppure rivelare solo quel che si desidera, barando anche un poco. Il vestito che indossiamo può essere tutto questo e non solo: con un linguaggio che parla attraverso forme e colori, l’abito racconta agli altri quel che di noi è più occulto ed inconscio.

Anzitutto, acquistare un vestito significa dimostrare che non siamo fermi nel tempo ma ci rinnoviamo secondo le esigenze del momento aderendo alle proposte della moda, quindi della collettività. Atteggiamento che denota apertura e senso dell’adattamento, ma anche – se portato agli estremi – incapacità di determinare in solitudine le proprie scelte: come a dire, io non so discriminare quindi mi approprio delle predilezioni altrui, già consolidate e socialmente approvate.

Un comportamento, questo, assai diffuso nel microcosmo giovanile, così alla ricerca di un terreno comune dove l’adolescente vuole affermarsi attraverso l’assimilazione al “branco”. Con tutto quel che ne consegue. Un vestito “adatto” necessita, infatti, la giusta taglia: accade dunque che diete, palestre e centri estetici assurgano a tappe obbligate per ridimensionare il corpo entro le forme da imitare.

Fuori dalla taglia perfetta, i giovani e, soprattutto, le fanciulle si sentono isolati ed emarginati dal mondo che li ammalia. Spesso, poi, la volontà della silhouette da sfilata può convergere nella patologia: depressione, panico, anoressia e bulimia sono solo alcune delle malattie nelle quali precipitano gli adolescenti – e non solo – ossessionati dalle fattezze fisiche senza difetto.

Il tutto, in nome del conformismo. Quello stesso conformismo che ci induce a cambiare il guardaroba assiduamente, nella speranza che una diversità di stile possa modificare la nostra intera esistenza.

Capita così di adottare uno stile classico quando si vuole apparire seri ed autorevoli, mentre si predilige il casual se si possiede una personalità libera e creativa, poco incline alla rinuncia e al vincolo, specie se affettivo. Coloro che adottano un look trasgressivo, invece, rivelano un’identità oppositiva e ribelle, per nulla disponibile a condividere regole e divieti.

L’abito trendy, inoltre, ci consente spesso di scoprire buona parte del nostro corpo mantenendo l’alibi del modello di vestito, fatto in un certo modo ma non creato da noi. Con la scusa della moda, insomma, possiamo far emergere i desideri reconditi che altrimenti saremmo obbligati a trattenere o a lasciar emergere a prezzo di forti disagi.

Senza considerare, poi, quanto il vestito possa celare o mostrare, divenendo l’abito di scena col quale ci presentiamo sul palcoscenico del mondo ma anche uno strumento di libido e seduzione: per svelare tensioni erotiche nascoste o coprire, all’occorrenza, il vuoto interiore dominante. Come accade con le maschere, infatti, l’abito occulta le carenze personali, confondendo l’osservatore in un turbinio di colori e fogge; oppure inebria di passione gli occhi di chi guarda, disvelando intimità perverse e sensuali.
(di Valentina Brandazza - Qui Italia - 16 ottobre 2002)












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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito