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Cocktail di armi e di follia


Innanzitutto tutti e tre gli eventi risultano essere caratterizzati da una delle più classiche dinamiche criminologiche, vale a dire quella dell’omicidio-suicidio.
E’ da tempo che la Criminologia sa bene che nella storia di molti assassini vi sono pregressi tentativi di suicidio o, più in generale, atti autolesionistici, così come, nel futuro di molti di essi, vi è il suicidio che, in alcuni casi, viene drammaticamente messo in atto alla fine di una lunga pena scontata in carcere.
L’atto aggressivo risulta alla radice sostanzialmente lo stesso, dominato sul piano psicologico da una grave perdita di prospettiva e di speranza e, come le ricerche indicano, da alcune caratteristiche neurobiologiche comuni in chi uccide e in chi si uccide al di là degli importanti fattori situazionali che possono portare a questo o a quel comportamento.
Tutti e tre trovano origine nell’ambito familiare anche se poi a Chieri tra le vittime vi sono anche due persone solamente “vicine", forse intervenute per quella spinta solidaristica che, non bisogna dimenticarlo, denota i nostri comportamenti, e la famiglia si era da circa due anni dissolta con la separazione.
Accusare la famiglia, o una sua supposta crisi di fondo, appare a fronte di drammi come questi ingiusto oltreché banale.
La famiglia rimane infatti una delle nostre sostanziali invarianti comportamentali e culturali, presente ancora oggi come forma prevalente e privilegiata di aggregazione umana in ogni cultura e sotto ogni latitudine e se è senz’altro vero che molta della nostra aggressività viene espressa in ambito intrafamiliare è anche vero che la famiglia stessa risulta, come tutti gli studi criminologici confermano, uno dei fattori che meglio possono proteggerci dal rischio di devianza e di sofferenza mentale.
In tutti e tre i casi l’autore sembrerebbe essere una persona che ha una buona dimestichezza con le armi da fuoco e, in due casi, una persona addestrata ad affrontare particolari situazioni di stress e di pericolo: un artigiano collezionista d’armi a Chieri, un ex colonnello della Guardia di Finanza a Reggio Emilia e, a Roma, un ex maresciallo dell’Esercito.
Anche qui nulla di sorprendente poiché viene in almeno due casi riconfermato il dato ben noto del potente effetto criminogenetico legato al semplice possesso di un’arma e, aggiungerei, alla passione da parte di adulti per qualsiasi strumento offensivo e, solo per inciso, va ricordato che la nostra legislazione è giustamente molto restrittiva in tema di porto d’armi.
In tutti e tre gli episodi si rischia infine di veder richiamata l’incerta ed abusata figura del “raptus di follia" come se uccidere ed uccidersi debba essere solo e soltanto un derivato comportamentale di una condizione francamente psicopatologica o di subitanea follia.
Chiunque si occupi seriamente di omicidi e di suicidi sa che questo non è vero e che anche caratteristiche psicologiche sostanzialmente utili come quelle che possono presentare persone che pongono la loro aggressività e il loro coraggio al servizio degli altri — vedi i militari o gli appartenenti alle forze dell’ordine — possono in certe situazioni particolari, ad esempio in occasione di conflitti economici, divenire la base per comportamenti aggressivi etero od autodiretti, come pure non è detto che l’estrema sofferenza umana che può esservi dietro queste vicende debba essere letta solo in chiave psicopatologica.
Tutto “normale" allora? Il punto a mio avviso è che dalle caratteristiche di queste vicende che abbiamo cercato brevemente di analizzare non si può trarre alcuna legge generale né, tantomeno, si può pensare di modificare leggi o stili di vita a seguito di singoli casi di cronaca, seppure eclatanti ed emotivamente coinvolgenti.
In questi giorni nelle sale cinematografiche di tutta Italia viene proiettato un film straordinario, Minority report, che illustra, come solo un artista o se si vuole un visionario sa fare, quelli che sono i pericoli profondi insiti in una società che pensi utopisticamente di eliminare il crimine.

*di Marco Marchetti, Direttore Corso di Perfezionamento in Criminologia clinica e Psicopatologia forense Università Roma Tor Vergata





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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito