Controcorrente: spettacoli violenti, bambini buoni
Era l’isola che non c’era. "Inesistente": così era stata, per ripetitori e network, fino al 1995, l'isola atlantica di Sant'Elena, la stessa che ospitò Napoleone in esilio. Poi, arrivarono anche lì i televisori e i suoi 60 mila abitanti, al pari di noi, cominciarono ad essere informati, divertiti, annoiati, nonché "aiutati" da questa "nuova" baby sitter catodica, capace di tenere tranquilli i bambini. Il cui comportamento sociale veniva osservato già da due anni dall’équipe del professor Charlton, come unico esempio nel mondo occidentale di piccoli liberi dalle insidie dello schermo. Con questi risultati: i 50 bambini dell’isola, privi di TV, non presentavano alcuno scompenso nei rapporti interpersonali e buoni rendimenti scolastici. LO STUDIO
Dallo sbarco della TV sull’isola fino al 2000, il professor Charlton ha raccolto i questionari compilati dalle insegnanti con valutazioni sul comportamento sociale di ciascun bambino.
Dopo un lustro di network quali BBC; KTV; Movie Magic, Discovery e Supersport, tra i piccoli di tre-cinque anni non è stato riscontrato alcun peggioramento dal punto di vista comportamentale. Solo un lieve calo del livello di concentrazione e una maggiore irrequietezza all’asilo, tali però da non essere imputabili alla TV.
Inoltre, non è stata registrata alcuna differenza tra i tempi medi trascorsi dai bambini di Sant’Elena davanti allo schermo e quelli dei bambini del "resto del mondo". Nonostante i fattori novità e isolamento, i piccoli dell’isola dedicavano mediamente alla TV due ore al giorno.
Monitoraggio diverso per i bambini dai tre agli otto anni . Con una telecamera sonno stati ripresi (per un anno "nell’era" pre-TV e per cinque anni nell’era con Tv) durante gli intervalli scolastici. L'analisi delle riprese non ha rivelato alcun deterioramento nel comportamento sociale. Anzi, la TV sembra aver avuto sui ragazzini un effetto aggregante. Infatti, i bambini dedicavano parte del tempo libero a scambi di opinioni sui programmi appena visti.
Per verificare gli effetti delle immagini violente, Charlton ha anche diviso i ragazzini in due gruppi: il primo, munito di cassette con telegiornali, film e telefilm con scene cruente; il secondo, con registrazioni di programmi "soft". Entrambi i gruppi, cui era stato chiesto di riportare su un diario per sei giorni impressioni e commenti, non hanno dimostrato poi alcuna differenza nei comportamenti interpersonali.
LE CONCLUSIONI
«La Tv non ha influenza negativa sui bambini che vivono in un contesto sociale sano, - ha affermato Tony Charlton al recente convegno milanese, organizzato dal Centro Benedetta D'Intino, su infanzia e informazione - perché evidentemente non sentono il bisogno di emulare gli eroi negativi dello schermo. Alla domanda "Non senti il desiderio, a volte, di rispondere con violenza al compagno che ti ha offeso?" un bambino di Sant'Elena ha risposto: "No, non mi succede, perché qui ci conosciamo tutti". Dunque, - hanno concluso i ricercatori - in una piccola comunità isolata in cui conta molto l'aiuto reciproco, il film cruento con tanto di distretto di polizia e serial killer è "lontano" quanto una vecchia fiaba: brutte cose, insomma, che succedono "altrove".
Flavia Fiori
Che cosa ci dice di nuovo la ricerca del professore Tony Charlton condotta sui bambini dell'Isola S. Elena? Apparentemente molto, ma solo apparentemente.
Vediamo perché.
L'influenza che la televisione può esercitare sulle menti infantili è multiforme. Può modificare lo stile di vita dei bambini se le ore trascorse di fronte al piccolo schermo vengono sottratte ai giochi di movimento. Può influire sulla loro visione del mondo e sull'immagine di sé. Può suggerire comportamenti collaborativi, oppure violenti. Può interferire con lo sviluppo della creatività e della autonomia di pensiero. E può anche indirettamente influire sui bambini attraverso i loro genitori.
Nel 1986 una équipe canadese, dopo aver seguito per tre anni gruppi di bambini prima e dopo l'introduzione della tv nella loro comunità, aveva trovato che i bimbi si uniformavano ai modelli di comportamento offerti dai programmi che vedevano, a scapito di una maggiore "fluidità ideativa".
Nel ’99 una équipe dell'università di Harvard (USA) dimostrò come l'arrivo della televisione alle isole Figi avesse modificato in tre anni i canoni della bellezza femminile e come tra le giovani si fosse diffusa l'ossessione per la linea e la dieta.
Che dire, dunque, del lavoro di Charlton? Se i bambini guardano la tv a piccole dosi e vedono programmi di qualità adatti alla loro età possono averne dei vantaggi: vengono a contatto con vicende e prospettive diverse, il che può ampliare i loro orizzonti specie quando, come a S. Elena, l'ambiente è isolato. E' però fondamentale, come emerge da moltissimi altri studi, che non si immergano in programmi di basso livello e non perdano il contatto con la realtà, altrimenti non saranno in grado di distinguerla dalla fiction e si abitueranno a lasciarsi guidare dai modelli e dagli stereotipi che trovano sugli schermi, senza riflettere.
Anna Oliverio Ferraris Psicologia dell’età
evolutiva, Univ. La Sapienza, Roma
(Fonte: Corriere-salute)