A lezione di musica e di ritmo per combattere la dislessia
Nessuno dubita che una melodia sollevi lo spirito e stimoli emozioni, ma è sempre acceso il dibattito intorno agli effetti, positivi e non, che la musica può avere sulla salute, dalle prime fasi della vita all’età adulta.
Il tema è stato discusso al convegno "Le neuroscienze e la musica", recentemente organizzato dalla Fondazione Mariani a Venezia. «E’ molto difficile dimostrare scientificamente che la musicoterapia abbia un reale effetto positivo sui pazienti affetti da disordini neurologici», afferma Antonia Madella Noja, dell’AIAS (Italian Association for Assistence to Spastics) di Milano.
«L’eterno problema è la riproducibilità e l’affidabilità dei dati: all’interno della comunità scientifica non tutti ritengono possibile convertire in parametri misurabili elementi tipicamente qualitativi come le sensazioni o le vibrazioni che la musica può produrre sui pazienti».
Molte ricerche suggeriscono che la percezione musicale è una conseguenza della biologia dello sviluppo ed è associata ad una precisa architettura cerebrale, ma ciò non prova che possa svolgere una funzione terapeutica generale.
«Studiando gli effetti che la musica può avere sul feto», spiega Luisa Lopez, Neurologa e Neurofisiologa dell’Università di Roma, «registriamo un aumento della frequenza cardiaca e del respiro; sulla mamma, oltre a queste risposte mediate dal sistema nervoso autonomo, si possono osservare la sintesi di endorfine (molecole ad azione analgesica prodotte dal sistema nervoso) e il rilassamento dei muscoli.
Altre strategie terapeutiche puntano sulla produzione della musica da parte del paziente o sull’interazione tra chi suona e chi ascolta; in questo caso le patologie che si intendono curare vanno dall’autismo al ritardo mentale, alle paralisi cerebrali, fino alla demenza».
I risultati sperimentali più convincenti, presentati dai neuropsicologi, mostrano che dalla ricerca scientifica stanno lentamente emergendo le prove di un legame profondo tra sviluppo delle abilità musicali e cognitive nei bambini.
Le due facoltà seguirebbero percorsi paralleli e addirittura sovrapposti, per questo molti ricercatori si impegnano a verificare se l’istruzione musicale, fin dalla prima infanzia, possa in qualche modo agevolare i processi di apprendimento linguistico ed essere d’aiuto ai bambini affetti o predisposti alla dislessia (disturbo del linguaggio che colpisce circa il 5% della popolazione).
Secondo gli scienziati, i metodi utilizzati dal cervello dei bambini per imparare a parlare si basano su un esame statistico del linguaggio e del suo ritmo. La ripetitività dei suoni, la loro frequenza, porta il cervello a comprendere le parole; nondimeno schemi e ritmo sono caratteristiche della musica.
Ma, come dimostrano gli studi della professoressa Katie Overy, dell’Università di Sheffield, l’istruzione musicale generica non è sufficiente: occorre un certo tipo di educazione musicale, focalizzata sulla percezione del ritmo e ben coordinata con le altre attività didattiche.
Infine, se non è chiara l’efficacia della musicoterapia, restano ancora più oscuri i meccanismi alla base della cosiddetta "epilessia musicogenica", un rarissimo disturbo, investigato in meno di cento pazienti: l’ascolto di un brano musicale provoca un forte messaggio emotivo che sembra vada ad associarsi ad uno stimolo elettrico. Questa ipotesi sorprende molti studiosi, poiché si ritiene che la componente emotiva negli attacchi epilettici ha generalmente un valore estremamente limitato.
(SILVIA BAGLIONI) (Fonte: La Repubblica - novembre 2002)