Cervello: uno stimolo e passa la paura
La paura si può cancellare intervenendo direttamente sul cervello. Lo rivela una ricerca pubblicata su “Nature” e condotta da Gregory Quirk e Mohammed Milad, della Ponce School of Medicine di Porto Rico.
I due scienziati, che hanno eseguito i loro studi partendo dalle scoperte del grande fisiologo russo Pavlov sui riflessi condizionati, sono giunti a ritenere che solo con la formazione di una nuova memoria è possibile “rimuovere” le emozioni della paura.
Il risultato della ricerca è stato raggiunto attraverso una serie di esperimenti su alcuni topi. I piccoli animaletti venivano stimolati a provare l’emozione legata alla paura da un richiamo sonoro al quale era associata una scarica elettrica, in modo che ogni qual volta sentivano lo stesso richiamo, sapevano che sarebbe arrivato il dolore.
In un secondo momento poi, i topi venivano sottoposti allo stesso trattamento, ma senza scarica elettrica.
A poco a poco, il cervello dei topi, non associando più il suono al dolore, inviava un'indicazione particolare, una sorta di rassicurazione.
Questo segnale proveniva dai neuroni posti al centro della corteccia prefrontale (o area infralimbica): sede rilevante di numerose attività mentali con memorie anche di tipo emotivo, nonché di segnali, come il dolore, riguardanti lo stato di salute dell’organismo.
Lo studio dei meccanismi celebrali delle emozioni, dalla paura alla rabbia, dalla gioia alla tristezza è piuttosto recente.
Tuttavia, già dalle prime scoperte si è potuto tracciare un nuovo atlante neuroanatomico delle emozioni utile anche alla psichiatria: molte malattie mentali, come la depressione e gli attacchi di panico, si manifestano infatti con la perdita dei normali meccanismi di controllo di comuni reazioni emotive.
Pioniere di questa branchia della neurologia, è Joseph LeDoux, professore di neurobiologia della New York University, che per primo ha individuato un circuito che collega l'orecchio direttamente al talamo e da lì all'amigdala, la "piccola mandorla" al centro del sistema limbico che si è rivelata l'organo principale per l'attivazione dei meccanismi della paura.
Gli stimoli esterni raggiungono l'amigdala, attraverso due vie. Una è diretta, e viene dal talamo, mentre l'altra passa prima dai centri della corteccia prefrontale. La via diretta talamo-amigdala però, è più corta e veloce dell'altra. In caso di falso allarme, infatti, prima ancora che il sergnale “rassicurante” della corteccia raggiunga l’amilgada, questa fa scattare un’iniziale stato d’allerta.
Questo meccanismo, non sempre funziona a dovere. Il segnale di “falso allarme” inviato dalla corteccia, infatti, potrebbe raggiungere molto più lentamente l’amigdala, in modo da far prendere al mondo emotivo, il sopravvento su quello razionale.
In alcuni casi, addirittura, l'amigdala può produrre una risposta autonoma alla situazione (reagendo, ad esempio, con la collera o con la paura), mentre la corteccia sta elaborando una reale valutazione dell’evento e, quindi, una più sofisticata forma di reazione.
In altri casi ancora, la valutazione di un evento archiviato nell’amilgada può essere diversa da quella realmente vissuta. Così, la reazione emotiva espressa in una data situazione può scattare anche in situazioni simili ma non uguali.
Sembra dunque che il cervello possieda due tipi di memoria: una per i fatti ordinari, l'altra per quelli emozionali, e che l’archivio delle nostre paure ricorrenti, degli incubi o degli shock, sia proprio quella piccola regione del proencefalo, chiamata amigdala, “cuore e chiave” delle reti emozionali del cervello.
I due scienziati di Porto Rico, sono giunti alla conclusione che solo stimolando l'attività dei neuroni infralimbici è possibile inibire il ricordo della paura provata.
Ciò vale anche per gli uomini. Secondo i due fisiologi, infatti, si potrebbe intervenire su pazienti colpiti da forte stati di ansia, in modo da aiutarli a tenere sotto controllo la paura.
Lo strumento per raggiungere un tale risultato è dato da una particolare tecnica chiamata stimolazione magnetica transcranica, che permetterebbe così di attivare l'area infralimbica senza l'uso di farmaci o senza interventi chirurgici invasivi.