Doppio transfert d’amore tra analista e paziente
Nessun incontro è casuale, ma ogni rapporto tra due esseri umani risponde a una misteriosa logica, a un destino il cui vero significato si chiarisce, a volte, soltanto dopo molto tempo, quando la turbolenza emotiva che l’ha caratterizzato è ormai cessata.
Vi sono, poi, uragani di sentimenti che sembrano condannati a non potere mai placarsi ma, anzi, ad alimentare un fuoco indomabile di polemiche e scandali.
Basti pensare alle reazioni che il caso JungSpielrein ha suscitato non soltanto tra gli addetti ai lavori e tra gli eredi di Jung, ma che ancora oggi sta scatenando.
Una questione spinosa che ora, a più di vent’anni di distanza dalla pubblicazione del mio Diario di una segreta simmetria, continua a far parlare di sé, riattualizzata dal regista Faenza nel suo film Prendimi l’anima.
Quella di Sabina Spielrein è una vicenda, prima ancora che "clinica", umana, e cercheremo ora di capire perché.
A noi tutti, informati come siamo o crediamo di essere rispetto alla psicoanalisi e ai suoi spinosi corollari, non risulta difficile capire come la vita affettiva dei primi psicoanalisti potesse essere tormentata dal lavoro che svolgevano.
Anche Jung visse in prima persona questa problematica quando curò Sabina, e nel mio libro ho sottolineato la difficile, e a volte drammatica, situazione in cui può venire a trovarsi l’analista per il fatto stesso di avere scelto un lavoro in cui i sentimenti sono materia prima e ferri del mestiere.
Ma chi è Sabina Spielrein? "Un caso difficile", così Jung definisce in una lettera a Freud quello riguardante la giovane donna.
Di origine russa, dall’età di tre anni vive una drammatica regressione anale e dai quattordici anni in poi mostra sintomi di isteria psicotica.
Sostenuta in questa lotta con la follia da una spiccata intelligenza e dall’incontro con un uomo di grande valore, Sabina supera la malattia, e nel 1911 si laurea in medicina con una dissertazione sulla schizofrenia.
Nel 1912, poi, pubblicherà un importante lavoro, La distruzione come causa della nascita, nel quale anticiperà il concetto di Istinto di morte.
Con questi due scritti, Sabina affronta da vicino il mondo psicotico senza però lasciarsene nuovamente coinvolgere.
Con l’inizio del trattamento analitico presso il Burghölzli Hospital in cui Sabina è ricoverata, prende vita in Jung un vivo interesse per questo affascinante caso e nella ragazza un forte desiderio di sentirsi legata a qualcuno, desiderio che degenererà in un transfert psicotico violento.
Ben presto, però, il "caso clinico" mostrerà il suo volto più autentico, quello di una complessa vicenda umana.
Jung ha dinanzi a sé una paziente che soffre, ma inaspettatamente ella diviene la sua "droga".
L’analista rivela ora il suo volto di umana fragilità, la paziente risveglia in lui sentimenti dimenticati e l’auspicabile "asimmetria" che sempre dovrebbe caratterizzare il rapporto analitico, diviene "simmetria". Un tacito patto viene violato e le conseguenze sul piano umano saranno devastanti.
Anche i pazienti, proprio grazie alle qualità che caratterizzano ogni rapporto terapeutico, possono costellare nell’analista delle situazioni emotive cruciali.
Scrivendo a Freud di questo "caso difficile", Jung confesserà al maestro di trovarsi in una situazione complicata con una paziente alla quale si era dato con "estrema dedizione".
Lo "stregone stregato" si mostra debole, insicuro, rivelando così il volto più umano dell’analisi. È questo, però, lo strumento migliore per aiutare chi soffre.
di ALDO CAROTENUTO (Docente di Psicologia della personalità, Università "La Sapienza", Roma)
Si chiama "Prendimi l’anima", è diretto da Roberto Faenza, ed interpretato da Iain Glein ed Emilia Fox (foto) e Craig Ferguson, il film che ripercorre il più famoso triangolo della psicoanalisi, quello tra Carl Gustav Jung, Sabine Spielrein e Sigmund Freud.
È nelle sale da venerdì scorso.
Il libro di Aldo Carotenuto sulla vicenda è "Diario di una segreta simmetria", 1980, Astrolabio e successivamente Bompiani.
(fonte: Repubblica Salute 23-gennaio-2003)