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Tatuarsi il corpo?



Da qualche anno l’arte di decorare il proprio corpo in modo permanente, non è più un fenomeno riservato a determinate culture underground, ma è diventato un vero e proprio costume, in grado di coinvolgere tutti i ceti sociali e, a quanto pare, anche tutte le età.
Ma perché sempre più persone lo fanno? E’ solo un modo per mettersi in mostra?

Secondo il professor Aldo Carotenuto, docente di Psicologia della Personalità all’Università La Sapienza di Roma, «sono tante e per lo più assolutamente personali le motivazioni che possono spingere un individuo a scegliere — o desiderare — di tatuarsi. Tra queste, tuttavia, spicca per frequenza e intensità il bisogno di enfatizzare, e rendere evidente la propria diversità.
Una diversità che vuole sottolineare il fatto di essere individui un po’ fuori dal comune, "unici"».

In Europa il tatuaggio era diffuso già in epoca preistorica e sembra che la sua funzione fosse principalmente terapeutica e curativa, quindi in qualche modo interveniva sulla psiche della persona dando benefici quasi immediati.
«Considerate le antiche sue origini», commenta la psicoterapeuta Vera Slepoj, «può anche darsi che il tatuaggio abbia fatto riemergere quel lato antico che ha sempre fatto parte di noi, quasi a voler ritrovare le nostre radici».

Ma cosa incide sulla scelta della parte del corpo da tatuare?
«La parte del corpo scelta», sostiene Carotenuto, «può essere molto in vista e, quindi, sottoposta allo sguardo di chiunque, o al contrario nascosta, celata allo sguardo dei più ma riservata alla valutazione di pochi privilegiati.
Quando decide di farsi fare un tatuaggio, quindi, la persona valuta molto attentamente a chi vorrà mostrarlo o, viceversa, celarlo.
Più che altro, esso serve per attrarre attenzione degli altri sul nostro corpo e, in un secondo momento, per suscitare nelle persone interrogativi e domande che riguardano la nostra persona, i nostri gusti, interessi, idee e persino la nostra fede calcistica, religiosa, politica.
Il tatuaggio, quindi, è anche uno potentissimo — seppur silenzioso — strumento di comunicazione».

Quello che si è notato negli ultimi anni è anche la diffusione del tatuaggio tra gli over 40 e oltre.
«In questi casi», continua il professor Carotenuto, «dovremmo certamente interrogarci più di quanto non sia necessario fare nel caso si tratti di giovanissimi.
Chi vuole tatuarsi, infatti, tradisce con il suo comportamento il bisogno profondo di fermare il tempo e, di conseguenza sentirsi più giovane».
Viene quasi spontaneo il paragone degli "anni del tattoo" alla fase new age o al fenomeno hippy, anch’essi nati come forma di ribellione e trasformati poi in fenomeno sociale.
Secondo Vera Slepoj «solo apparentemente questi fenomeni possono sembrare simili: il tatuaggio infatti è un’espressione meno consapevole e soprattutto non ha dietro un movimento culturale come esisteva sia nel caso della new age che nel caso degli anni hippy».

(La Repubblica-salute 6-2.2003)


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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito