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La nuova maternità: una scelta difficile



Figli, figli, figli: copertine con pancioni al nono mese esibiti da modelle magrissime che, il giorno dopo il parto, pesano i soliti quaranta chili, appelli del Capo dello Stato, donne manager che mollano l’azienda «perché occuparsi dei figli è più gratificante» mentre il Wellesley College, uno dei più prestigiosi centri del sapere statunitense, avverte che soltanto le madri hanno le doti necessarie per fare carriera e diventare formidabili dirigenti d’azienda. Doti funamboliche, da prestigiatore.

D’altro canto, sempre a proposito di figli e maternità, come non fare i conti con le email delle donne che sono la maggioranza, quelle che lavorano ogni giorno, e che chiedono con quale coraggio si possa chiedere alle italiane di fare figli con quello che costano, in termini di fatica, sacrifici e quattrini.
Un figlio, che quasi sempre arriva tardi, perché prima ci sono gli studi e poi la ricerca del lavoro, pone molti limiti alla "qualità" della vita; due baby impongono rinunce drastiche.

Secondo una recente indagine di Strategy & Media Group, che ha paragonato i comportamenti di donne con e senza figli, le mamme vanno meno al cinema, ascoltano meno la radio, leggono un po’ meno i quotidiani, virano dai femminili che si occupano soprattutto di moda a quelli dove trovano anche consigli e servizi per tutta la famiglia. Ma il capitolo dolente è quello dei costi: secondo una stima del Libro bianco sul Welfare presentato dal ministro Maroni, l’arrivo del primogenito incide sul bilancio familiare fra i 500 e gli 800 euro al mese, l’arrivo del secondo o del terzo aggrava la situazione e ha un’impennata alla frequenza della scuola dell’obbligo.

«Figli e lavoro? Un triplo salto mortale», sintetizza Alessandra Mussolini al telefono, mentre fa il bagnetto al suo terzogenito Romano, di appena un mese. «E poi sto notando l’effetto euro anche sulle cose che uso tutti i giorni, i pannolini, il tiralatte: un salasso continuo.
Certo, io sono fortunata, ho una famiglia che mi sostiene e un aiuto in casa, ma con due o tre figli è dura anche se hai la possibilità economica di avere tate e baby sitter perché non è che ai colleghi posso dire che devo andarmene via prima per allattare.
E allora devo rinunciare a qualcosa: per esempio quando tornerò al lavoro, dopo la maternità, farò solo le trasferte nel mio collegio e non andrò altrove. Gli appelli a fare figli li fanno gli uomini, ma nessuno aiuta le donne in termini di tempi, flessibilità, di asili vicino al lavoro con orari lunghi. I soldi sono importanti e servono ma, all’inizio, la mamma è insostituibile. E non troverete donna che non sia felice dei suoi figli, pur con i prezzi altissimi che paga».

«Per non parlare dei prezzi che pagano i figli, ai quali nessuno ha ancora pensato», attacca la psicologa Iole Baldaro Verde, «chi sopravviverà al meglio? Chi è più capace di vivere senza affetto o di vivere i conflitti e superarli? E le donne? Come fanno a fare figli in un mondo del lavoro costruito e fatto su misura del maschio? Un mondo dove le donne, invece di imporre la propria cultura femminile, hanno tirato fuori e messo in luce la loro parte maschile, si sono adeguate al modello vincente che ovviamente non prevede figli, maternità, seduttività. D’altro canto, il bisogno di maternità nelle donne è biologico e, ad un certo punto, prepotente, quindi si impone. Ma tra mille problemi, che la donna si ritrova a dover risolvere da sola».

«Sembrava acquisito che la maternità fosse un valore sociale», puntualizza Gianna Schelotto, psicologa e sessuologa, «ma allora se questi figli sono fatti per tutti quanti non possono essere le donne le uniche a pagarne fatiche e costi.
E poiché non ci sono alternative al fatto che le donne lavorino, indipendentemente da quanto questo le realizzi, allora sono i tempi del lavoro e della carriera che devono cambiare. E anche drasticamente. Una sorta di sabbatico per chi fa figli».
Ma non basta. Con la concretezza tipica delle donne snocciola suggerimenti: «Orari elastici degli asili e delle scuole, stessa cosa per quelli dei negozi.
Non è pensabile che chi non ha una famiglia dietro o una situazione economica agiata non possa serenamente pensare ai figli. O che continui a rimandare in attesa di tempi migliori che non arrivano mai…».
E chiude, scandalizzata, con l’esempio della settimana bianca. «Alcune scuole chiudono per consentire ai ragazzi d’andare in montagna», spiega Schelotto, «ma se tu non vuoi mandare tuo figlio perché non puoi prendere le ferie o perché è alta stagione e costa troppo, che fai?».

di Elvira Naselli ( pubblicato su Repubblica - Salute marzo 2003 )


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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito