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La sessualità vissuta come guerra


La sessualità vissuta come guerra
viaggio nell’infanzia al femminile
di ROBERTA GIOMMI

Molte donne giovani parlano dei loro disagi nella penetrazione raccontandoli con l’uso di vocaboli forti che fanno riferimento a fuoco, muro, chiuso, che si rompe, che non riesce a contenere. L’immagine simbolica che emerge è la guerra ed il timore che non ci sia difesa e che ci sia distruzione in quella zona del loro corpo entrando in contatto profondo con il corpo maschile.
Riferiscono queste sensazioni collegate alle esperienze sessuali fatte con la persona amata e questo permette di escludere una violenza o una imposizione dei rapporti e porta a definire il problema in termini intrapsichici, legati cioè alla storia personale e non al rapporto con il partner. Anche quando raccontano alcuni rapporti sessuali meno problematici in particolari condizioni, quando le cose vanno meglio e non è avvertita l’intensità del dolore o della paura, parlano ugualmente del bisogno di smettere, di un malessere che si fa più alto, di un bisogno di dire no e di tornare a prima, all’inizio della sessualità.
La penetrazione diventa allora un terreno di disagio, non solo nel vaginismo, la disfunzione che impedisce i rapporti sessuali, ma anche in tante altre situazioni legate alla penetrazione. Durante il dialogo e negli approfondimenti che si collegano all’indagine psicoterapeutica ed alla raccolta della storia e delle esperienze, si cerca di stabilire un collegamento tra le esperienze infantili legate alla nutrizione, ai piccoli interventi nel cavo orale, alla relazione con la madre nei processi di accudimento e di allontanamento, alla paura delle vaccinazioni.
La richiesta di conoscere le prime esperienze sessuali rivela spesso una immaturità nell’iniziare i rapporti, con la tendenza a sottovalutare la propria disponibilità sessuale, una sessualità più collocata a livello del dover essere piuttosto che nelle sensazioni fisiche di desiderio.
È come se queste giovani donne raccontassero di non trovare mai una vera sintonia tra sentimenti e sensazioni fisiche, come se il sintomo fisico fosse un modo per dare voce ad un disagio psicologico, ad un conflitto non risolto tra accettazione e rifiuto di una così profonda intimità fisica. Il lavoro terapeutico passa, nella fase iniziale, attraverso una costante traduzione delle parole e delle immagini e soltanto nella fase successiva nell’apprendimento di comportamenti di adeguamento della sessualità ai loro bisogni.
* Istituto internazionale di Sessuologia, Firenze
(www.irfsessuologia.org)
(pubblicato su La Repubblica il 12-6-2003)



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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito