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Il buonumore allunga la vita


Il buon senso comune l'aveva intuito, ed ora la scienza lo conferma: la durata della vita e lo stato d'animo con cui affrontiamo gli eventi sono legati tra loro addirittura a livello genetico.
E' quanto afferma una ricerca pubblicata oggi sulla rivista specializzata britannica Nature Genetics.
Firmato dalla biologa italiana Maria De Luca, dell'università della Calabria e ora nell'università statunitense dell'Alabama, lo studio è stato condotto in collaborazione con il gruppo dell'università del North Carolina coordinato da Trudy Mckay e con l'istituto di Genetica Molecolare dell'Accademia delle scienze di Mosca.

I ricercatori si sono concentrati sui meccanismi d'azione dei geni coinvolti nella produzione di un particolare enzima, detto "dopa decarbossilasi" (DdC).
Questo enzima catalizza la fase finale della sintesi di due dei più importanti neurotrasmettitori (le sostanze che servono a trasmettere i segnali tra le cellule cerebrali) vale a dire la dopamina e la serotonina.
Essenziali per il funzionamento del cervello, i livelli di queste sostanze sono determinanti agli effetti della qualità dell'umore e della capacità di risposta allo stress, e giocano un ruolo fondamentale in una serie di comportamenti primari, come l'aggressività o l'accoppiamento. Un ruolo che non riguarda solamente gli animali "superiori", come gli esseri umani, ma che risale molto più indietro nella storia dell'evoluzione.

Difatti, lo studio di De Luca e colleghi è stato effettuato sulla Drosophila melanogaster, meglio nota come moscerino della frutta, il più classico dei modelli da laboratorio utilizzati dai genetisti, perché da un lato condivide con noi quasi il 60 percento dei suoi geni e dall'altro ha un ciclo vitale così breve che è possibile seguirne rapidamente le mutazioni del Dna tra le generazioni.

E' stato così che i ricercatori hanno potuto scoprire un collegamento fra tre forme alternative del gene della Ddc, le variazioni nella sintesi di dopamina e serotonina e le naturali differenze individuali nella durata della vita, e ne hanno individuato la capacità di far variare questa durata di un buon 15 per cento.

Il gene si inserisce quindi di diritto nell'ormai affollata pattuglia dei "geni della lunga vita", che interagiscono con l'ambiente nel determinare la longevità. Il nuovo arrivato collega ad essa per la prima volta anche la qualità dell'umore, e potrebbe rivelarsi un contributo decisivo per conquistare quello che è un po' il Santo Graal delle ricerche sulla longevità: ricostruire l'identikit del "fenotipo longevo", vale a dire l'insieme delle caratteristiche genetiche di chi vive più a lungo della media.


(28 luglio 2003- LaRepubblica)




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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito