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Autismo: lo sguardo altrove


L’autismo è una disfunzione neuro-biologica che blocca la comunicazione con l’esterno.
In Italia ne sono affette circa centomila persone. Mancano dati più precisi ma l’Istituto superiore di sanità ha in progetto di raccoglierli. Anche perché il nostro paese è sempre in primo piano nel campo della scoperta in questo settore.

Fabio Macciardi dell’università di Milano e Antonio Forabosco dell’università di Modena hanno infatti individuato cinque o sei aree cromosomiche nelle quali si ritiene siano localizzati i geni della malattia. In una di queste, nel cromosoma 15, insistono forme di ritardo mentale.

Si sta dunque iniziando a comprendere come l’autismo sia la malattia psichiatrica con la più alta valenza di trasmissione ereditaria e da ciò si sta tentando di individuarne i geni; operazione che – assicurano gli esperti – servirà anche a trovare farmaci specifici e molto probabilmente una cura.

Per quanto riguarda, invece, la parte diagnostica della malattia, Fred Volkmar - professore di neuropsichiatria alla Yale University – ha messo a punto un test che permette di individuare con esattezza l’insorgere dell’autismo. L’esame è basato sullo sguardo.

Il test è stato prima messo a punto sugli adulti e infine sperimentato sui bambini dai quatto mesi in su. Nel primo caso, si mostra loro un film e seguendo il movimento degli occhi si può diagnosticare la presenza di una sintomatologia dell’autismo.

Gli adulti che infatti fisseranno le bocche dei protagonisti o un punto qualsiasi non importante della scena - un bicchiere, un quadro sullo sfondo o tutto il resto, insomma - tranne gli occhi espressivi degli attori, saranno i soggetti identificabili come colpiti da autismo.

Ai bambini invece il test non sarà effettuato attraverso la visione di un film ma semplicemente attraverso l’utilizzo di forme colorate trasmesse in televisione. Una minuscola telecamera nascosta nello schermo fotograferà la direzione dei loro occhi mentre un sistema di rilevamento computerizzato registrerà cosa sta avvenendo in quel momento nel loro cervello.

Osservando dove si posa lo sguardo, dunque, la malattia può essere diagnosticata anche in età molto precoce. Individuare il problema entro i due anni di età permetterà di curarlo con maggiore efficacia e se non si potrà parlare di guarigione il bambino acquisterà almeno funzionalità sociale e una propria autonomia.
(Repubblica agosto 2003)


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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito