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Il senso del pudore


Eros & morale
"Il senso del pudore"
Le ragazze in strada, le attrici in scena, le modelle alle sfilate: tutte sempre più nude
di Sabina Minardi

Gli animali non ce l'hanno. E tra gli umani è a rischio di estinzione. Stordito dalla moda, sfiancato dalla pubblicità, tramortito dalla televisione, che fine ha fatto il senso del pudore?
Che fosse un sentimento ecologico, che si ricicla e assume forme sempre nuove, lo sapevamo. Ma l'impressione, oggi, è che il pudore stia svaporando.
Vittima di un jet-set sempre in vetrina. Sacrificato da una moda che occhieggia al pornoshop e scende in strada sempre più nuda.
Bandito da una tv che impone a ognuno 2.500 scene erotiche all'anno, secondo la minuziosa conta riportata in Parlamento da Davide Caparini della Lega Nord.
Per non parlare della letteratura, da "La vie sexuelle" di Catherine Millet a "Piattaforma" di Michel Houellebecq, per citare gli ultimi trasgressivi.
«Secondo una ricerca svolta da "Research on line", su un campione di 2 mila persone tra i 14 e i 79 anni, si possono delineare quattro tipologie di individui», spiega Enrico Finzi, presidente di Astra-Demoskopea: «C'è un 28 per cento di italiani, pensionati e casalinghe con più di 55 anni, residenti in piccoli comuni, specie al Sud, legati alla vecchia concezione del pudore. C'è un 20 per cento di italiani a metà del guado: i "transizionali", tra i 45 e i 64 anni, tolleranti verso il nudo femminile, ma non verso quello maschile; aperti all'amore tra uomo e donna, ma contrari ai rapporti omosessuali.
C'è poi un 52 per cento che reputa che il pudore esista, ma abbia confini limitati. Ha, cioè, un'idea del perimetro, che è, però, molto ampio. Sono persone tra i 18 e i 24 anni, diplomate o laureate, che vivono in aree metropolitane e nelle città del Nord.
Solo il 12 per cento degli intervistati, tra i 25 e i 44 anni, di cultura alta, nega l'esistenza del concetto di pudore: sono anti-proibizionisti, nudisti, ma anche quei portatori di una cultura individual-egoista, che ritengono che ognuno debba essere libero di fare quel che vuole».
Esiste, insomma, ed è profondo, un rapporto tra cultura e pudore. Un legame che ne condiziona l'evoluzione.
«Il senso del pudore non si trova fra gli animali, e nasce, nella specie umana, dall'orrore per l'incesto: come meccanismo per impedire rapporti sessuali con consanguinei», osserva l'etologo Danilo Mainardi: «Si tratta di una sovrastruttura di carattere culturale. Ma è una di quelle funzioni presenti dappertutto, che resiste alle trasformazioni, necessaria perciò alla sopravvivenza.
In Oriente è un sentimento molto vivo, perché è un dettato delle regole religiose. Da noi sta vivendo una nuova evoluzione, meno legata alla riproduzione (visto che ci riproduciamo meno), ma con una funzione sociale e sentimentale».
I segnali che il pudore stia cambiando pelle ci sono già. «Oggi c'è pudore nel linguaggio», nota la scrittrice Susanna Schimperna: «Chi anche nel linguaggio cerca originalità suscita sospetto. C'è anche pudore nei sentimenti: ci si vergogna di apparire fragili, innamorati o delusi. E c'è poi un pudore fisico verso tutto ciò che richiama la nostra animalità.
Apparentemente ci spogliamo con sempre maggior naturalezza, ma il corpo che mostriamo è artefatto, depilato, deodorato. È come se la spudoratezza fosse limitata alla sfera visiva: libertà è guardare e apparire. Il pudore copre, ancora, tutti gli altri sensi».
E le lotte per la liberazione del corpo? Le battaglie femministe? «Niente a che vedere con l'esibizionismo attuale», risponde la scrittrice Lea Melandri: «La "spudoratezza" di allora consisteva nel mettere la sessualità al centro della politica e della cultura: il corpo era il cuore della civiltà.
Il voyeurismo era combattuto perché coincideva col modo in cui l'uomo guardava le donne. Anche quando si diceva "riappropriamoci del nostro corpo", si intendeva dire "recuperiamo la nostra interiorità, per non essere più considerate oggetti".
Oggi la spudoratezza è usare la maternità e la seduzione come strumenti di potere. Ma è illusorio: il corpo come merce ha sempre impedito alle donne di realizzarsi. Io sono impressionata da tante veline e cubiste. Allevate, per di più, da un'organizzazione tutta maschile».
«Certo è che quando abbiamo fatto vestire le nostre ragazze da calciatrici lo share è salito», scherza la conduttrice di "Quelli che il calcio", Simona Ventura: «Io non ho mai fatto un calendario, anche per pudore. Ma soprattutto perché non sarebbe piaciuto al mio pubblico. Mi rendo conto, però, che specie all'inizio della carriera la scollatura aiuta. Ma vale il tempo di un'apparizione, perché la televisione si fa con le idee. Non colpevolizziamola, perciò. Magari ragioniamo sul fatto che siamo tutti appiattiti sull'Auditel, che ci sono professionisti col compito di studiare i gusti del pubblico e di fare le scelte migliori».
Il risultato, comunque, è che abbiamo una televisione fra le più scosciate del mondo.
«A guardare quella inglese sembra di spiare un altro pianeta», taglia corto la critica televisiva del "Manifesto" Norma Rangeri. La colpa? Dei "leoni pantofolai", come li chiama lei: «Cioè quelli che stanno dietro i palinsesti e che instaurano un rapporto d'amorosi sensi con l'immaginario degli altri pantofolai-spettatori.
La televisione ha dato un contributo notevole all'erosione del pudore, perché è la bibbia del modo di essere. E le donne in tv sono svestite, o vestite molto male. In più, queste bambolone di plastica che affollano la televisione, bioniche, siliconate, senza la modulazione che esiste nella vita reale, sono il frutto di un immaginario datato.
Ma pensiamo anche a quanti confini si sono persi con la tv del dolore; a come è stata trattata la vicenda di Cogne.
O a quelle trasmissioni, in prima serata, con bambini che cercano di far ridere, con le telecamere che inquadrano i genitori, più divertiti di tutti. Per fortuna, il paese reale è sempre migliore di quello rappresentato».
(data: 13.08.2002)
(Fonte: L'espressonline)



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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito