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Psicooncologia



Riconoscere lo psicooncologo come interlocutore nel sistema di cure del malato di cancro. È l’appello lanciato dal Congresso nazionale della Società italiana di psicooncologia, che si è tenuto a Catania. «La cura del paziente oncologico» osserva lo psichiatra Aurelio Calafiore, responsabile del servizio di psicooncologia alla casa di cura "La Maddalena" di Palermo, «è oggi quasi esclusivamente legata all’organo colpito dal tumore: chirurgia, chemioterapia, radioterapia. Bisogna diffondere la consapevolezza che un malato di cancro va incontro a una tale alterazione degli equilibri mentecorpo da influenzare l’andamento della malattia. Sappiamo che la mente può fungere da modulatore, esaltatore o depressore, della risposta immunitaria e sono ormai incontrovertibili gli studi che mostrano una netta riduzione del dolore (associato al cancro) e della nausea e del vomito (associati alla chemioterapia) nei pazienti trattati con tecniche di attivazione e sostegno della mente».
La psicooncologia analizza l’impatto psicosociale della malattia sul paziente, la sua famiglia e l’équipe curante, e il ruolo dei fattori psicologici e comportamentali nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nella cura delle neoplasie. Un passo decisivo per la costituzione della disciplina è stata la creazione nei paesi anglosassoni di specifici centri per l’assistenza psicologica ai malati di cancro. In Italia, le prime tracce risalgono agli anni ‘70, nel 1980 viene istituito presso l’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova il primo servizio di psicooncologia.
Le forme di cura possono essere molteplici: psicoterapia, tecniche di rilassamento, training autogeno, arteterapia. Paola Luzzatto, arteterapeuta al Memorial SloanKettering Cancer Center, racconta: «Dai dati dello studio pilota che abbiamo condotto lo scorso anno, sono emerse forti indicazioni che i pazienti oncologici che si trovano in isolamento in camera sterile per lunghi periodi (da 4 a 8 settimane) possono beneficiare dall’uso dell’arteterapia. Durante le sedute, i 50 pazienti che hanno avuto sedute settimanali con l’arteterapeuta hanno usato il linguaggio simbolico delle immagini in due modi: per rilassarsi e sentirsi più creativi, e per esprimere emozioni e pensieri che per loro non era facile esprimere a voce. I pazienti che comunicavano problemi con le loro famiglie e dolorosi ricordi infantili spesso passavano dallo stato d’animo negativo iniziale a uno più sereno. Sarebbe importante a condurre una ricerca per verificare questi risultati, ed eventualmente introdurre l’arteterapia come parte integrante dei servizi psicooncologici».
(La Repubblica; 22-10-'03)



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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito