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Troppo cellulare per i nostri ragazzi


Keichu: sembra il nome di un piatto giapponese, invece è una malattia.
Di nuova scoperta, da parte dei medici dell’Impero del Sol Levante e, pare, molto grave.
Colpisce soprattutto i giovani e provoca danni paragonabili a quelli dell’assuefazione alla droga, al fumo o all’alcool.
È la dipendenza da telefonino, o "cellularomania".

Secondo gli studiosi giapponesi si può parlare di autentica affezione quando il traffico quotidiano di una singola persona, fra telefonate e messaggini in arrivo e in partenza, raggiunge il numero di 300: una cifra spaventosa, che non lascia spazio ad alcuna altra attività e non può non provocare almeno stordimento.
Ma già al livello di 50 comunicazioni al giorno, soprattutto se non si tratta di scopi professionali, la situazione può apparire preoccupante.
Per gli ipotetici danni, peraltro mai definiti ma neanche mai chiaramente esclusi, che possono derivare dal troppo uso di questi magici, meravigliosi e utilissimi apparecchi alle orecchie, alle ghiandole circostanti e al cervello.
Ma anche per le conseguenze sulla psiche, se è vero - come risulta essere accaduto in Giappone - che un ragazzo privato all’improvviso del suo cellulare, perché le bollette erano diventate tanto salate che non riusciva più a pagarle e la compagnia telefonica aveva sospeso il servizio, si sentì totalmente isolato dal mondo e cadde in una grave depressione.

Per ovviare ad inconvenienti di questo tipo e prevenire il keichu, alcune società telefoniche dell’Estremo Oriente hanno creato formule di abbonamento con una limitazione al numero di chiamate giornaliere, sia in voce che per sms, a disposizione degli utenti.
È ovvio che a richiedere questo servizio siano soprattutto i genitori per gli apparecchi dei figli, per salvaguardare la loro salute ma anche per salvare il portafogli, dato che neppure i messaggini in quel Paese sono a buon prezzo.
C’è il rischio che il keichu arrivi da noi?
Non si può certo dire che i nostri ragazzi non facciano un uso assai intenso di telefonate e messaggini, ma riesce piuttosto difficile immaginare che possano diventarne tanto dipendenti da ammalarsene.
Un giapponese forse può mantenere le proprie relazioni esclusivamente con questo mezzo tecnologico, ma certo non un italiano, un latino in genere, ricco com’è di fantasia, di desiderio di socialità, di compagnia, di contatto fisico col resto del mondo, con i coetanei.
E se per qualche ragione qualcuno cercasse di porre limitazioni all’uso del telefonino, i giovani troverebbero immediatamente un trucco, una scappatoia, un escamotage.
È più probabile che un giorno, così come rapidamente e in massa se ne sono appassionati, a poco a poco anche dell’adorato cellulare incomincino a stancarsi.
Allora ritorneranno spontaneamente all’uso intelligente, utile e consapevole per il quale è stato inventato.

Chiara Gi
(24 aprile 2004 Il Giornale di Brescia)


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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito