La rappresentazione linguistico-poetica del corpo
Da circa 5 anni si è aperto un polo di ricerca sulle metafore linguistiche del corpo, accesso privilegiato al vissuto del corpo-per-me (Cavallo, Santarpia, stampa;Santarpia, Blanchet, 2002). In questo articolo si mostrerà qualche esempio della relazione tra rappresentazione linguistico/poetica del corpo, vissuto e ragionamento clinico. Si prendano dei versi celebri La Malattia e la Morte fanno cenere/di tutto il fuoco che per noi fiammeggió/Di quei grandi occhi cosí fervidi e teneri/di quella bocca dove il mio cuore annegó, (I Fiori del Male, C. Baudelaire). La bocca dell’amata diventa un mare: il cuore è una barca, ecco le rappresentazioni linguistico-poetiche del corpo. Il poeta usa una metafora acquatica per raccontare il suo vissuto passionale. Se si seguono le dimostrazioni psicolinguistiche di interi sistemi di metafore concettuali che permettono di produrre metafore linguistiche (Lakoff, Johnson, 1985), lo sguardo sulla poesia e sul linguaggio metaforico puo’ diventare di fondamentale importanza per lo psicologo perché segno di esperienza cognitivo-corporea. In questa prospettiva s’invita alla lettura di questi versi di Guittone d’Arezzo (Zanichelli, 1999). Vivere in carne for voler carnale/è vita angelicale.(Canz. 49.77 Rime Guittone D’Arezzo). Il poeta, costruisce una metafora spaziale sulla carne. Essa è un contenitore. Il dentro deve essere pregno di qualcosa che non sia il voler carnale, considerando il periodo, questo volere della carne, s’identifica nella lussuria o voracità: la ricetta della vita angelicale potrebbe essere una carne epurata dalle spinte sessuali o orali. Ma quale contenuto dovrà contenere la carne affinché si abbia una vita angelicale? Puó essere una domanda che lo psicologo si pone di fronte ad un vissuto anoressico o bulimico? Puó essere lo stesso dilemma di qualche paziente che nel ridursi pelle e ossa, ha risolto il quesito del contenuto svuotando la carne, e dimenticandosi di riempirla di un senso-contenuto? Possono due versi sostituire, per un attimo, tutti i modelli psicopatologici esistenti? No certamente, sono uno strumento complementare. E allora si accetti l’analogia del ragionamento poetico-clinico suddetto con un modello interpretativo sull’anoressia di alcuni studiosi americani « i sintomi anoressici sono una difesa contro pulsioni sessuali, il pensiero del cibo evocherebbe fantasie sessuali, rifiutando il cibo, l’anoressica rifiuta l’ansietà associata » (Walzer, 1940).
E ancora, ci s’interroghi, quando alcuni medici esprimono metafore linguistiche del corpo per consolare un gruppo di ballerine : « le ovaie vanno in letargo », «il vostro corpo va in una direzione, le vostre ovaie in un’altra e prima o poi finiscono per trovarsi in rotta di collisione ». E se queste metafore fossero tasselli pericolosi per la creazione di un sistema concettuale-mappa cerebrale votato ad essere modello di vita angelicale e nel quale alcune o molte trovassero risposta al quesito cosa porto « in carne»?