I soldi non danno felicità
Creso, re di Lidia — nell'Asia Minore — era ricchissimo.
Una volta, nella sua reggia d'Egitto, ospitò Solone (che era famoso per avere visitato il mondo e per la sua saggezza).
Creso gli chiese «chi è l'uomo più felice del mondo?» (pensando che potesse rispondere «Tu, mio re sei l'uomo più felice»).
E Solone: «L'uomo più felice che ho conosciuto stava ad Atene, Tello, ebbe una bella famiglia, seppe godersi la vita, morì portando aiuto agli ateniesi in guerra e lo hanno sepolto lì, dove è morto, con grandi onori».
Come a dire non aveva fatto niente di speciale, Tello non aveva la reggia e i tesori di Creso ma fu più felice.
Però l'idea che la ricchezza vada insieme alla felicità è molto diffusa.
Ma come dimostrarlo? O come dimostrare il contrario? Ci si sono messi in tanti ma certezze finora non ce n'erano. Ed ora ci ha provato la scienza con un lavoro (è su Science di questi giorni) che affronta il problema in modo un po' diverso e con grande rigore.
È di ricercatori di diverse Università degli Stati Uniti, Cambridge nel Massachusetts, San Diego in California e Ann Arbor nel Michigan.
Il titolo è bellissimo: «Saresti più felice se fossi più ricco?».
Secondo lo studio sembra di no.
Come si fa a stabilire quanto uno è felice? Il colesterolo e la pressione del sangue si misurano ed è una misura abbastanza precisa (e vale più per il colesterolo, che per la pressione) ma la misura della felicità per adesso non c'è.
Un esempio: negli ultimi 50 anni il reddito pro capite è aumentato di molto, ma il giudizio della gente sulla felicità è cambiato di poco. Insomma chiedere a qualcuno quanto è felice non è come chiedergli quanto è alto o il numero di telefono di casa.
Allora questi ricercatori hanno chiesto a donne che lavoravano (più di 1.400) non se fossero felici della propria vita, ma quante volte sono state di cattivo umore nei giorni precedenti l'intervista.
Poi l'hanno messo in rapporto al reddito e non hanno trovato grandi differenze tra chi aveva meno di 20.000 dollari — all'anno — rispetto a chi ne aveva più di 100.000 (e nemmeno tra chi aveva marito e chi no).
Certo non può essere felice chi è davvero povero.
Lo studio di Science, ha poi preso in esame alcuni lavoratori (quasi 400 che partecipavano, fra l'altro, a uno studio sulle modificazioni della pressione arteriosa) e hanno cercato di capire se ci fosse un rapporto fra stipendio e felicità.
S'è visto che più soldi vuol dire più ansia, a dire il vero anche più excitement (sarebbe più eccitazione, ma il termine giusto in italiano non c'è), ma non più felicità.
Non solo, più hai, più pensi di poter fare o desideri fare, ma non è che questo renda più felici.
Spesso chi ha più soldi lotta per un determinato obiettivo e qualche volta lo raggiunge. Questo dà soddisfazione (non felicità) e quasi sempre a spese di un maggior impegno che genera più ansia.
E poi la soddisfazione passa, e servono altri obiettivi.
Quelli che hanno più soldi, occupano il tempo in modo diverso, lavorano di più, e viaggiano di più, passano più tempo a fare spese, ma passano meno tempo a fare cose divertenti.
Nonostante ciò tutti gli intervistati avevano un forte desiderio di migliorare la loro condizione economica, anche se uno guadagnava già tanto.
I ricercatori l'hanno chiamato focusing illusion (come dire ci si concentra su un'illusione).
Ci si illude che con più soldi si avrà più tempo per godere delle cose belle della vita, ci si divertirà di più.
Non è così. Aveva ragione Freud «quello che si chiama felicità corrisponde all'improvviso appagamento di bisogni accumulati e così può esistere solo come fenomeno episodico».
Non aveva dati Freud, questa era solo una sua idea come ne ebbe tante altre.
Adesso i dati ci sono e assomigliano molto a quello che Freud sospettava cento anni fa.
Giuseppe Remuzzi
02 luglio 2006 (fonte: Corriere della sera)