Ma chi aspetta un bambino? anche il papa’!
L’attesa di un bambino rappresenta un periodo che arreca grandi trasformazioni all’interno di una coppia: per entrambi, l’uomo e la donna, scandisce infatti un lungo rito di passaggio dalla condizione di figli a quella di genitori, rimettendo in gioco la loro identità.
Mai come oggi il futuro padre si sente meno escluso dalla gravidanza, che fino a qualche decennio fa era ancora una condizione tutta e interamente riservata alla donna, e mostra una sempre maggiore capacità di condividere con la sua compagna questo misterioso evento che la donna vive, in prima persona, dentro di sé: ormai anche il futuro padre partecipa all’emozione di sentire il bambino muoversi nel pancione della sua compagna (magari accostandovi l’orecchio), si reca assieme a lei alle visite di controllo, assiste all’ecografia, partecipa ai corsi di preparazione al parto….sceglie con lei il corredino, la culla, il nome. Si può dire che sempre più, al giorno d’oggi, la gravidanza sia una questione di coppia: e questo non risparmia al padre anche le ansie e le inevitabili preoccupazioni di ciò che lo attende, dell’evento del parto, il ritorno a casa, portando con sé anche per lui la domanda “sarò un buon genitore?”, fino a poco tempo fa tutta al femminile.
Questa nuova consapevolezza da parte dei futuri padri rivela un cambiamento molto profondo, una partecipazione intensa dell’uomo alla gravidanza sia su un piano fisico che immaginativo ed affettivo: a differenza di quanto succedeva in passato, oggi sono spesso proprio gli uomini ad esprimere con più decisione il desiderio di un figlio, e per ragioni più affettive che sociali, come lo erano per esempio quelle di qualche generazione fa di garantire per sé una discendenza ed assumere il ruolo di “padre di famiglia”.
Oggi il desiderio di paternità è più legato all’affettività, al sogno, a fantasie spesso inconsce: il figlio voluto è immaginato come la parte migliore di sé, ciò che si sarebbe voluto essere, qualcuno a cui donare quello che si avrebbe voluto avere e non si è avuto. E questo inevitabilmente trasforma la paternità in una nuova espressione del proprio “io”, che implica il riconoscimento e l’accettazione della propria parte infantile, la più fragile, ma anche quella che permette all’uomo di recuperare sentimenti come la tenerezza, la vicinanza emotiva, la sensibilità. Questa trasformazione dell’immagine di uomo, che rimescola le carte all’interno degli schemi di ruolo affidando anche a lui compiti un tempo tipicamente femminili (come fare i turni per le poppate notturne e per il bagnetto serale) ma soprattutto mettendolo in primo piano come principale sostegno alla propria compagna nel ruolo di madre, rende l’uomo di oggi forse meno connotato socialmente quale capo-famiglia e detentore di autorevolezza e disciplina, portandolo a vivere maggiormente in sintonia con la propria donna e il proprio bambino.