"solo io ti leggo nella mente"
MAX PLANCK INSTITUTE - LIPSIA
Da sempre la possibilità di leggere nella mente di un’altra persona affascina gli esseri umani. Tuttavia, tra gli scienziati, è spesso considerata dominio degli illusionisti.
Tendiamo a dimenticare che ognuno di noi usa un certo tipo di «lettura». Dal fatto che una persona arrossisce deduciamo imbarazzo. Una voce tremante indica nervosismo. Tuttavia, di criteri esterni come questi, in grado di indicare il pensiero di una persona, ce ne sono pochi. Oggi, invece, sembra plausibile poter leggere nella mente, studiando la sorgente, il cervello.
Sono state sviluppate tecniche che ci permettono di rivelare, almeno fino a un certo punto, i pensieri di un individuo, misurandone l’attività cerebrale, sulla base del fatto che ogni pensiero sembra essere associato a un caratteristico modello («pattern») di attività neurale. Questi «pattern» possono essere considerati come le «impronte digitali» del cervello.
Con i nuovi metodi di neuroimmagine possiamo misurare l’attività cerebrale con grande accuratezza spaziale. Anche pensieri dettagliati si deducono dal metabolismo cerebrale, che analizziamo usando la risonanza magnetica funzionale, con cui è possibile, per esempio, determinare quale immagine è stata presentata a una persona, anche quando viene mostrata per un periodo di tempo così breve da non arrivare a livello della coscienza.
Come il nostro gruppo di Berlino e Lipsia ha dimostrato, diventa così possibile rivelare anche pensieri importanti per la vita quotidiana, come pianificare la restituzione di un libro a un amico o ricordare un appuntamento. L’attività cerebrale ci indica come e dove queste decisioni sono immagazzinate. Nell’esperimento che abbiamo condotto è stato chiesto ai soggetti di effettuare una scelta tra due decisioni, quella di sommare o sottrarre due numeri dati, e di non rivelare la decisione presa in modo da essere sicuri di andare a leggere l’intenzione e non altre attivazioni cerebrali, legate alle operazioni di calcolo o alla preparazione del movimento della mano per indicare la soluzione.
Basandoci sull’attività neuronale nell’intervallo temporale tra l’assegnazione del compito e la proiezione dei numeri su cui operare (e quindi prima che l’intenzione si traducesse in azione), siamo stati in grado di predire l’intenzione dei soggetti di sommare piuttosto che di sottrarre le due cifre con un successo del 70%.
Quello che abbiamo condotto in laboratorio è stato il primo tentativo riuscito di prevedere, a partire dall’attività della corteccia prefrontale, qual è la decisione di un soggetto. Il «trucco» per rivelare l’invisibile si basa sulla «multivariate pattern recognition», l’analisi del variare di parametri nelle immagini cerebrali scansionate. Oltre alla risonanza magnetica funzionale, infatti, sono necessari computer «allenati» a riconoscere i modelli dell’attività cerebrale che accompagnano le diverse intenzioni e software simili a quelli usati dalla polizia per individuare le impronte digitali.
Il successo del metodo ha a che fare con le proprietà funzionali del cervello. I test mostrano non solo che le intenzioni non risiedono nei singoli neuroni e che si codificano in schemi di attività distribuiti nello spazio, ma anche che esistono differenze regionali nella stessa corteccia prefrontale: le aree più vicine alla fronte codificano l’intenzione fino all’esecuzione del compito, mentre le aree più vicine alla zona posteriore si attivano una volta che i soggetti sono impegnati nel calcolo. Questo indica che le azioni immagazzinate come intenzioni in una parte del cervello hanno bisogno di essere copiate in un’altra per essere eseguite.
I risultati mostrano che possiamo leggere pensieri anche particolarmente complessi. Lo sviluppo di una «macchina universale di lettura del pensiero» sarebbe quindi solo una questione di tempo? In realtà una tale macchina va oltre le nostre possibilità di oggi, così come lo sarà nel prossimo futuro. Oltre ai limiti di sensibilità degli «scanner» cerebrali, infatti, esistono altri problemi. Per esempio dobbiamo capire di più i modi in cui i pensieri vengono immagazzinati. Oggi possiamo solo distinguere tra alcuni pensieri alternativi, ma per individuarne diversi tipi è essenziale conoscere il «pattern» di attività neurale sottostante a ogni singolo pensiero. Ci vuole, in altre parole, una sorta di dizionario che traduca pensieri in modelli di attività cerebrale. Questi schemi di attività neuronale, inoltre, sono diversi da persona a persona. Ogni individuo, quindi, dovrebbe avere il suo dizionario personale. Sebbene siano molte le questioni ancora aperte, nei prossimi anni, comunque, dovremmo avvicinarci ad applicazioni pratiche realistiche. Sarebbe già un successo sapere se una persona sta mentendo in risposta a una domanda o se acquisterebbe uno specifico prodotto. Resta una questione-base: dobbiamo davvero sviluppare una tecnica che ci permetta di leggere i pensieri?
E’ questo l’interrogativo urgente da affrontare e - come accade in altre aree della ricerca biomedica - ci imbattiamo in un dilemma. Da una parte i risultati indicano la possibilità di miglioramenti nelle applicazioni cliniche e tecniche. Si pensi alle protesi guidate dal computer e alle interfacce cervello-computer che rendono la vita più facile ai paraplegici.
Dall’altra parte sono in molti a guardare con sospetto alcune applicazioni, tra cui quelle commerciali, come rivelare la preferenza per un marchio a scopi di marketing o misurare l’attitudine emotiva dei candidati all’assunzione. Ecco perché il dibattito su questi temi non può più essere rimandato.
Chi è Haynes Neuroscienziato
RUOLO: E’ PROFESSORE AL BERNSTEIN CENTER FORCOMPUTATIONAL NEUROSCIENCE DI BERLINO E RICERCATORE AL MAXP LANCK INSTITUTE DI LIPSIA IN GERMANIA
(Lastampa.it -TuttoScienze- 23/01/2008)