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Quell'autolesionismo nascosto



Sono soprattutto le ragazze, di età tra i 16-17 anni a manifestare il maggiore disagio. Dall'analisi di 1100 questionari proposti agli alunni dei primi due anni delle scuole superiori, è emerso che circa il 20% dei soggetti riferisce pensieri o comportamenti di tipo autolesivo negli ultimi sei mesi e ha più frequentemente manifestato un calo del rendimento scolastico.
È l'istantanea scattata dall'équipe della Struttura Complessa di Neuropsichiatria infantile dell'ospedale Burlo Garofolo di Trieste, in collaborazione con il servizio di Neuropsichiatria infantile dell'Azienda dei servizi sanitari di Udine, i Servizi di Pronto Soccorso della Regione Friuli Venezia Giulia e con il contributo della Regione stessa.

L'indagine, che ha preso le mosse proprio dalle osservazioni fatte su casi segnalati al Burlo Garofolo, è iniziata nel 2005 e si è conclusa da poco, si proponeva, non solo di quantificare il fenomeno, ma soprattutto di cercare di comprenderne gli antecedenti e i percorsi, per migliorare la capacità di diagnosi precoce e l'efficacia degli interventi.

I dati sono stati presentati da poco, in occasione del convegno "Salute mentale negli adolescenti: dati, riflessioni, interventi", organizzato dalla Struttura Complessa Ospedaliera di Neuropsichiatria Infantile e Neurologia Pediatrica e Direzione Scientifica dell'IRCCS Burlo Garofolo.

Oltre allo studio dei questionari, la ricerca ha analizzato gli accessi ai Pronto Soccorso (oltre 50 mila cartelle cliniche) negli anni 2005-2006. Il dato che emerge è quello di uno smarrimento giovanile diffuso, ma spesso non immediatamente evidente nel comportamento di ogni giorno, se non fosse per alcuni segnali o atti autolesivi ripetuti, anche apparentemente banali o accidentali.
Segnali spesso spia di un problema di salute mentale che sovente ha i caratteri della depressione. Questi, se tempestivamente riconosciuti dagli insegnanti, dagli operatori sanitari e sociali, permetterebbero di intervenire in modo tempestivo ed efficace per promuovere la salute mentale e prevenire le condotte a rischio.

L'indagine si è dunque articolata nella valutazione di due contesti (scuola e Pronto Soccorso) e ha fornito un quadro dell'universo degli adolescenti.
Dall'analisi delle 50 mila cartelle cliniche, che si è svolta in più fasi, sono stati individuati 120 casi di tentato suicidio e/o autolesionismo, per cui è stato calcolato un tasso di prevalenza di 78 per 100.000 adolescenti per il 2005, 88 per 100.000 per il 2006.
Accanto a questi, sono stati selezionati circa 800 casi dubbi, possibile segno del fatto che, spesso, nelle strutture sanitarie preposte al loro accoglimento, un simile gesto viene sottovalutato o comunque non interpretato nel modo corretto; solo per il 5% è attivata una valutazione specialistica neuropsichiatrica.

Dai questionari emerge invece che sono molti di più (20%) i ragazzi che rispondono alla sofferenza interna con pensieri e/o azioni dannose verso se stessi.
Analizzando i possibili determinanti, emerge come molti contesti di vita possano essere caratterizzati da: famiglie con genitore unico, conflittualità nei rapporti extrafamiliari, condizioni socioeconomiche non ottimali e scarsa autostima.

Tra le modalità del tentato suicidio, il primo posto va all'ingestione di farmaci o di cocktail farmaci-alcol, seguito da ferite che i ragazzi si provocano in vario modo o da incidenti (per esempio con il motorino).
Il pregio della ricerca sta nella sua capacità di fornire informazioni di valore.
A fronte della difficoltà, da parte dei servizi di emergenza, di inquadrare come autolesivo un particolare comportamento, l'indagine individua alcuni indicatori che devono essere ricercati e presi in considerazione, livello dell'ambiente scolastico, familiare, sociale.
E sottolinea, se ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di creare reti di intervento che, a partire da un segnale (in particolare se ripetuto) e da una valutazione del contesto, intervengano tempestivamente, anche sul gruppo dei pari - compagni di classe, amici - per evitare il verificarsi di atti di emulazione.

È importante ricordare, inoltre, che un'efficace prevenzione primaria dovrebbe partire già dal sostegno alle competenze genitoriali nei primi anni di vita, per evitare distorsioni negli schemi relazionali e affettivi con i genitori, possibile causa di problemi nell'età adolescenziale.

Autore: Marco Carrozzi - Dir. della S.C.O. di Neuropsichiatria Infantile e Neurologia Pediatrica - Osp. Infantile Burlo Garofolo - IRCCS Trieste;
Data: 10-03-2008
Fonte: www.repubblica.it


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Mara Simeone : psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Albo Professionale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, n.3015 dell'8-11-1990; specialista in psicoterapia con delibera consiliare del 10-02-1995; titolare responsabile del sito