Italia depressa
Il disagio di vivere può essere sconfitto, diventando risorsa inaspettata
di Fabiano De Micheli
Fino a poco tempo fa la depressione si chiamava “esaurimento nervoso” ed era considerato soprattutto per il proprio carattere patologico, una malattia con sintomi più o meno gravi, mentre oggi viene intesa anche come un insieme di flussi fisiologici dell’umore. Segnali in questo senso arrivano dalla difficoltà a prendere decisioni e concentrarsi, dall’indifferenza per il lavoro e dalle difficoltà nel dormire, fino al disinteressamento per la vita sessuale.
In Italia è stato rilevato che il 39,4% - la percentuale maggiore - del totale dei depressi è composto da casalinghe. Seguono i pensionati, gli impiegati, gli operai e poi commercianti, agricoltori, professionisti ed artigiani. In particolare, soffrono di questo “mal di vivere” circa 3,7 milioni di donne e solo 1,8 milioni di uomini. Se si aggiungono ansiosi e cronici, si determina una percentuale di malessere che colpisce circa il 20% della popolazione italiana, per lo più femminile.
Dunque, quello che era il gentil sesso si sta trasformando nel sesso depresso. Ma perché sono colpite più frequentemente le donne? Cosa procura loro questa maggiore disposizione alla depressione? Si sta cercando di capire ma, in ogni caso, vi sono oggi, secondo alcuni psicologi e docenti di psichiatria intervistati da Panorama - tra i quali Riccardo Pettirossi – diversi fattori di vulnerabilità che ci espongono tutti, e molto più di ieri, al fenomeno ‘depressione’.
Svolgono un ruolo importante l’esaltazione dell’immagine, la competitività, l’adeguamento a modelli sociali prestabiliti e soprattutto vincenti. Insomma, rilevante si mostra ogni tipo di stimolo che richieda agonismo sociale il quale, a sua volta, esige il raggiungimento di qualcosa che rischia molto spesso di paralizzare l’individuo per mancanza di convinzione o di autostima, determinando sensazioni quali il non essere all’altezza e andando a colpire le persone più fragili e più sensibili.
Ecco perché la depressione non è solo malattia ma anche vissuto soggettivo, di cui tutti hanno esperienza. Cause esterne che possono provocare depressione sono inoltre lutti, licenziamenti e delusioni amorose. Da un punto di vista esistenziale, persino la graduale perdita della giovinezza e della forza fisica possono influire sull’umore. Tali perdite, oltre che il piano reale, possono coinvolgere anche quello immaginario: un progetto fallito, un investimento, un’idea.
Il depresso tende all’apatia e all’inerzia, risulta scostante, antipatico ed è convinto che non sia possibile cambiare la propria condizione. “Non c’è niente di peggio” aggiunge Pettirossi “che dirgli: datti una mossa, in fondo non ti è successo niente.” Bisognerebbe, invece, considerare il momento depressivo come “un’occasione per valutare il sintomo, decodificarlo ed avviare un processo ‘trasformativo’. Mentre spesso succede che il paziente faccia una scelta ‘conservativa’ e dica: dottore, mi faccia tornare quello che ero.”
Il segreto, dunque, sarebbe riuscire a considerare il momento depressivo come una crisi di passaggio, di separazione da un sé passato e, allo stesso tempo, di tensione verso un nuovo sé ancora da costruire. Ma la volontà potrebbe non essere sufficiente da sola ed è per questo che oltre alle parole entrano in gioco le pillole. Gli antidepressivi possono alleviare i sintomi del malessere, aiutando la ripresa del ritmo del sonno e favorendo il ritorno regolare dell’appetito, per riacquistare così un generale senso di fiducia in se stesso.
Negli ultimi anni ne sono entrati in commercio di vari tipi, tra i quali gli inibitori del riassorbimento della serotonina che hanno il compito di ripristinare l’equilibrio biochimico cerebrale, migliorando il funzionamento dei neurotrasmettitori. Alcune forme di depressione, infatti, dipendono dalla noradrenalina o dalla serotonina. Ma bisogna fare attenzione affinché questo anestetico non travalichi il limite di necessità che accompagna il suo impiego.
(da "quitalia")