La strategia del compenso
La strategia
del compenso
Una ricompensa può essere data al bambino solo quando il suo comportamento è positivo e mai quando è negativo. Ad esempio: se nostro figlio piange perché vuole il lecca lecca e non siamo disposti a darglielo, cedere significherà insegnargli che se insiste in modo abbastanza snervante potrà ottenere ciò che vuole e metterà in atto questo comportamento ogni volta. Vale invece la pena lasciarlo piangere sino a che non si calmi e premiarlo quando smette di piangere, con una concessione o un piccolo premio.
I comportamenti sono messi in atto quando sono seguiti da qualcosa di piacevole. Ad esempio: le cose che debbono essere fatte possono essere "contrattate" con elementi che rappresentino una aspettativa piacevole, una soddisfazione, una gratificazione.
Ma non deve essere troppo lontana nel tempo se il bambino è piccolo, altrimenti il "rinforzo del comportamento positivo" come si dice in psicologia comportamentale decade, mentre se il ragazzo è più grande può lavorare, per esempio, allo scopo di raggiungere risultati scolastici che gli garantiranno qualcosa che desidera, come la bicicletta o il computer.
Qualunque principio, ovviamente, va applicato tenendo presente la situazione. Ci chiediamo mai perché nostro figlio vuole a tutti i costi quel giocattolo, oppure attira la nostra attenzione con insistenza mentre stiamo al telefono, oppure non ne vuole sapere di venire a tavola o di mettersi il cappotto o di fare i compiti? Molto spesso i bambini sono più nervosi quando sono stanchi, assonnati, in quei casi è meglio lasciar correre.
«Alcuni bambini invece disubbidiscono per affermare la propria autonomia se la famiglia li limita», spiega Giacinto Foggio, docente di Psicologia dell’università Istituto Progetto Uomo di Perugia, «altri provocano per valutare la nostra forza, la capacità di contenere le loro emozioni, ci "chiedono" di essere forti, un genitore debole troppo permissivo rende i figli insicuri.
Certi ragazzi invece diventano prepotenti come contraltare della timidezza, oppure cercano solo di attirare l’attenzione di genitori troppo occupati o solo distratti, cosa che avviene piuttosto di frequente con la nascita di un fratellino, o se i genitori scelgono di separarsi».
Altro capitolo doloroso è il bambino che dice bugie, prima di punirlo meglio comprenderne il perché. Ha molta fantasia o cerca di abbellire una realtà che gli è sgradita? E’ insicuro oppure ci teme perché siamo stati troppo severi? Maschera la realtà perché teme che non lo capiremmo? Invece di fermarsi al fastidio, al dolore o alla delusione che un comportamento ci da è molto meglio fare una piccola analisi delle possibili ragioni.
(3 ottobre 2002 ; pubblicato da "La repubblica")